#acazzodicane

#acazzodicane è la nuova rubrica del CineCarbone curata da Michele Covolan. Qui potete trovare recensioni irriverenti, recensioni spudorate, recensioni tracotanti. Insomma, recensioni, ma a-cazzo-di-cane.
Potete ascoltare #acazzodicane tutti i martedì dalle 20.30 su Border Radio.

 

SATURNO CONTRO

Dopo aver parlato del festival cinema gay e del nostro amico la Cardinalessa Bertone, noi di A cazzo di cane siamo entrati in crisi: non sappiamo di cosa parlare questa settimana. Ebbene sì: nel nostro rifugio dotato di ogni comfort e immerso in 8 ettari di verde non lontano da Antibes abbiamo provato cos’è la depressione, soprattutto quando è finita la Grey Goose e quando Juan Sebastian, l’escort brasiliano tuttofare che ci portiamo sempre e letteralmente dietro, ha deciso di scappare con Elton John.

Abbiamo tentato di uscire da questa spirale autodistruttiva prima col gin tonic, ma nulla.

Allora abbiamo provato col cinema e siamo andati a vedere Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, facendo la gara a chi riconosceva più attori in mezzo a quel super mega ultra turbo cast.

Oh, per carità, un po’ la depressione ci è passata, vuoi perché il film era bello, vuoi perché il film era molto bello, vuoi perché il film era un capolavoro, vuoi perché il film era una figata pazzesca come TUTTI i film di Wes Anderson.

Però poi siamo tornati a casa e la vodka era sempre finita, Juan Sebastian era sempre scappato e in più Titti, la nostra animaletta di compagnia, si era mangiata il cane di Bertone. Eh, sì, Titti è una alligatrice, tanto tenera, ma se finisce la Grey Goose si indispone e son cazzi per tutti.

Finché a uno di noi non è venuta l’intuizione: guardiamo Saturno Contro in dvd.

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Oh, io me lo ricordo così così perché la vodka buona era finita, ma il gin no, almeno non quando il film è iniziato, perché invece alla fine la nostra sala cinema – serra tropicale era un tappeto di bottiglie di acqua tonica e simpatico distilato aromatizzato con bacche di ginepro.

Comunque il film è all’incirca del 2006-2007-2008, diretto da Ferzan Ozpetek, con Ambra Angiolini e un tot di altra gente, tra cui mi pare di ricordare Luca Argentero che però poi muore, ma vabbè, ce ne facciamo una ragione.

Il film fa cagare forte.

I titoli di coda non li abbiamo visti perché Titti, che condivide il nostro giudizio sul film, ha deciso di fare un gesto simbolico e si è inghiottita lo schermo 47 pollici e l’impianto dolby surround. Poi ci ha guardato e ha detto: “Queste non sono lacrime di coccodrillo, piango perché un film così di merda non lo vedevo da un sacco di tempo”. “Beata te – le abbiamo risposto in coro – che non ti hanno fatta entrare al cinema, altrimenti a vedere American Hustle ti saresti abituata”.

By the way, che se ci pensate tradotto letteralmente significa “dalla via”, Saturno contro è un film inutile e dannoso. Poi Ozpetek sio è ripreso facendo Mine vaganti, ma nulla gli leverà l’onta di aver girato una roba fatta di pianti, recitazioni alla viva il parroco e con la solita famiglia amicale allargata che, diciamocelo, ha rotto il cazzo.

E così, senza più tv dato che Titti se l’era mangiata, abbiamo trovato la forza di uscire e di andare a tirar sassi dai cavalcavia.

 

SERIE TV BELLE VS. SERIE TV BRUTTE

Oggi #acazzodicane si occupa di una cosa un po’ particolare, un po’ fuori dal seminato, ma neanche tanto. Ci abbiamo riflettuto molto, nel nostro chalet decappottabile in cima al ghiacciaio dello Junfrau (da cui il raffreddore che purtroppo ci ha colti tutti), e alla fine ci siamo detti che sì, è giusto parlarne.

Oggi parliamo di serie, serie tv ma anche web serie.

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Perché? Vi chiederete voi.

Cazzi nostri.

O meglio, per essere sinceri, perché non sapevamo di cosa parlare, e le serie tv ci sembravano un argomento un po’ più sensato per CineCarbone rispetto, che so, al riscaldamento globale, al prezzo delle sigarette o allo stipendio del presidente di Ferrovie dello Stato.

 Noi di #acazzodicane le serie le dividiamo in due categorie: quelle belle e quelle brutte.

Tra le serie belle c’è sicuramente La serie per il web, la più costosa serie mai prodotta per lo streaming, insomma, ci siamo capiti, House of Cards. Insomma, Kevin Spacey che fa un deputato americano la cui unica religione è il potere, Robin Wright sua moglie, David Fincher alla regia dei primi episodi e comunque sempre lì dietro a sta serie, no ma fidatevi, è un gioiello.

La si compra su Netflix, sul come vederla in altri modi io non dico nulla, ci siamo capiti.

Sempre nella categoria serie belle noi di #acazzodicane abbiamo, ovviamente, una passione speciale per la serie da cui arriva il nostro nome, che non è Glee, bensì Boris. Chi di voi non l’avesse mai vista è una cagna maledetta, sappiatelo.

Noi tra le serie belle ci mettiamo anche Scrubs perché fa ridere, Fisica o Chimica perché è appassionante e alcune torbide vicende di sesso, potete dire quel che volete, ma a noi ce piacciono, e poi ci mettiamo Queer as Folk, nella versione americana ché quella inglese è una chiavica. Queer as folk è una serie, forse la prima, che prende il mondo LGBT e ne affronta quasi ogni aspetto, dai più ludici a quelli sentimentali, da quelli legali a quelli drammatici. Fatta molto bene, e con una coppia di protagonisti da leccarsi le dita.

Ma eccoci finalmente alle serie brutte.

Glee. Parliamo di Glee. Parliamo di una serie tv americana in cui “americana” è usato come dispregiativo. Gente che canta a caso, spesso canzoni di merda, in qualunque contesto, con personaggi che hanno la credibilità internazionale del cane di Berlusconi, con tutto il rispetto per Dudù, e con una trama che definire “scontata” è dire poco. Praticamente dopo un minuto che è iniziata una puntata capisci già come va a finire, tipo le assemblee del movimento 5 stelle per espellere qualcuno. In più porta pure sfiga perché un protagonista è morto, roba che manco la signora Fletcher.

Avete presente American Hustle? Non posso nemmeno dirvi che Glee è l’American Hustle delle serie tv, perché è peggio. Capite? Peggio. Francamente non so cosa dire di più tremendo, quindi passiamo oltre.

E il problema è che dopo Glee qualunque serie sembra bella.

Il Maresciallo Rocca? Capolavoro.

The Client List su Fox Life? No beh, tanta roba.

Devious Maids – panni sporchi a Beverly Hills? Immensa.

E tutto per non parlare di Homeland, di Breaking Bad, di Lost o di The Walking Dead, e non ne parlo soprattutto perché non le ho viste.

Però, per concludere, vorrei dirvi che l’inverno è arrivato. Sì, perché Il trono di spade, o Game of Thrones che dir si voglia, è una serie epico-fantasy con accenni da feuilleton e qualche spruzzata di eros che, insomma… guardatela. Viva le serie tv, viva il cinema, Glee Glee vaffanculo.

 

TUTTO SUA MADRE

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Titolo originale: Guillaume et les garçons, à table

Francia, 2013

Regista : Guillaume Gallienne, che viene dalla Comedie Française, alla sua prima regia al cinema.

Cast: Guillaume Gallienne. Punto. I personaggi principali sono due: Guillaume Gallienne, interpretato da Guillaume Gallienne, e la mamma di Guillaume Gallienne, interpretata da Guillaume Gallienne.

Considerato che sto nome va pronunciato per il regista, l’attore e il protagonista, sarebbe stato più comodo si chiamasse Mario, ma vabbè, si chiama Guillaume. Che si scrive GUILLAUME. Bel nome di merda.

Il film però non è di merda, eh.

Certo, non vincerà un oscar, e manco una palma d’oro. Non credo almeno. Ma di sicuro è meglio di certi film candidati a ben 12 oscar, e ogni riferimento a American Hustle è puramente casuale. Nel dubbio vorrei ricordare che American Hustle è una cagata pazzesca e che Bradley Cooper recita solo in film atroci.

Ma non divaghiamo, che di American Hustle abbiamo già parlato e tanto se ci tenete ad andarlo a vedere sono tutti cazzi vostri, noi vi abbiamo avvertito, poi ognuno fa quello che vuole, potete pure buttarvi nel fiume se ci tenete. La differenza è che a buttarvi nel fiume almeno risparmiate i 7 euro di biglietto.

Dicevamo di Tutto sua madre. Che per carità, il titolo italiano non fa schifo, ma non si capisce proprio perché non potevano tradurlo con “Guillaume e i ragazzi, a tavola”. Certo, mi direte che Guillaume non è un nome granché riconoscibile in Italia. Però almeno potevano chiamarlo “Mario e i ragazzi, a tavola”, per esempio.

Ma stiamo di nuovo divagando sulla mania italiana di cambiare i titoli dei film, tipo…

“Eternal sunshine of a spotless mind” > Se mi lasci ti cancello

“Intolerable cruelty” > Prima ti sposo, poi ti rovino

“To be or not to be” > Vogliamo vivere!

“Le Deuxieme Souffle” > Tutte le ore feriscono… l’ultima uccide

“La fiancée du pirate” > Alla bella Serafina piaceva far l’amore alla sera e alla mattina

“Trust the Man” > Uomini e donne, tutti dovrebbero venire… almeno una volta

Ora, mi rendo conto che questa recensione gira di qua e di là pur di non parlare del film. È che non è mica facile parlare del film, fosse una cagata come American Hustle sarebbe facile, o anche se fosse un capolavoro tipo The wolf of Wall Street.

Invece Tutto sua madre è un film gradevole, che fa anche ridere abbastanza spesso, è un film intelligente, grazioso, nulla di fondamentale ma comunque ben fatto, ben recitato (da Guillaume Gallienne, se non si fosse capito), molto teatrale nel senso buono del termine.

Ecco, mo’ la recensione l’abbiamo fatta.

In definitiva quindi se siete indecisi, se non sapete cosa andare a vedere, se un amico vuole trascinarvi al cinema a guardare American Hustle, ecco, ora sapete che potete rispondergli “no, quella merda vai a vedertela tu, se vuoi si va a vedere Tutto sua madre che almeno i soldi del biglietto li vale. Tiè”.

 

RECENSIONE COMPARATIVA

Ieri al cinquantottesimo piano del grattacielo che ospita la redazione di “A cazzo di cane” eravamo attanagliati dal dubbio: parliamo de La grande bellezza, che però ne parlano tutti e hanno un po’ rotto il cazzo, o facciamo quelli così snob ma così snob che ce ne fottiamo e parliamo di un film nazionalpopolare? Allora ci siamo fatti una bottiglia di Braulio a testa e la soluzione è venuta da sola: parliamo di entrambi, anzi, facciamo l’ennesima storica incredibile innovazione: la recensione comparativa!

Dunque, eccoci a voi.

Film n° 1: La grande bellezza.145832087-f94890a7-1ee8-4a88-a88e-046c7d68c1c6

Produzione: Italia-Francia, 2013

Regista: Paolo Sorrentino, nome di un santo e cognome di un ex portiere del Chievo, autore di capolavori come Il Divo e di schifezze come This must be the place.

Cast: Toni Servillo, che per carità, tanta roba lui, attore immenso; Sabrina Ferilli; Carlo Verdone; Carlo Buccirosso; e tanti altri.

Film n° 2: Saving Mr Banks.

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Produzione: Stati Uniti-Inghilterra-Australia, 2013

Regista: John Lee Hancock, che non ha una gran carriera da regista ma almeno non se la tira come Sorrentino e non cerca ogni 2 scene di farti le inquadrature artistiche per dire “minchia lo vedi come sono genio”.

Cast: Tom Hanks, che non è l’ultimo degli idioti; Emma Thompson, che con tutto il rispetto per Sabrina Ferilli ma di cosa stiamo parlando, cioè, dico, Emma Thompson da sola vale un film, dai su; Colin Farrell, detto anche “gioia per gli occhi”; Paul Giamatti; Jason Schwartzman, che per chi non lo sapesse è l’attore sempre presente nei film di Wes Anderson e già solo per questo è obbligatorio volergli bene.

Recensione comparativa:

Non ve lo dirà mai nessuno perché non hanno le palle, ma Saving Mr Banks è meglio de La grande bellezza. Ecco perché:

1)    In Saving Mr Banks capisci quello che succede, capisci quello che il regista ti vuole dire, capisci perché la gente si comporta in un certo modo, insomma: esci dal cinema e non hai bisogno di correre sui siti di cinema per capire il film e poterlo poi difendere con gli amici dimostrando che tu ne sai. A casa mia se un film, che so, tipo La grande bellezza, ha bisogno di essere spiegato agli spettatori allora il regista può andare a zappare la terra.

2)    Non è che Saving Mr Banks ti fa vedere dei dialoghi e poi in mezzo ti mette i filmati dell’assessorato al turismo di Los Angeles con la musichetta, i monumenti, i paesaggi. Che, se non si fosse capito, è esattamente quello che fa La Grande Bellezza: sketch di satira, pure divertenti, e in mezzo riprese artistico-promozionali che dici “boh, dev’essere arte ma io mica ho capito”.

3)    Saving Mr Banks parla della vicenda tra Walt Disney e Pamela Lyndon Travers, l’autrice del libro di Mary Poppins, per la produzione del relativo film (che, a proposito, è un capolavoro e chi non lo dice è Bradley Cooper). E oggettivamente di tutto questo non c’è traccia ne La grande bellezza. Voi direte “grazie al cazzo, La grande bellezza parla di tutt’altro”, ma il punto è che non sapete manco voi di cosa parla. Io di Saving Mr Banks almeno riesco a dire in una frase di cosa parla, scusate se è poco.

4)    Saving Mr Banks ha momenti divertenti, ma proprio che ridi, momenti seri, momenti quasi commoventi, e ha pure il lieto fine. La grande bellezza ha momenti divertenti, ma non che ridi davvero, momenti noiosi, e invece del lieto fine ha un finale girato sotto effetto di LSD e basato sull’apparizione di fenicotteri rosa che quelli manco i critici sono ancora riusciti a spiegarli.

5)    La grande bellezza è una storia inventata che vuole far riflettere sulla realtà, sai che novità, Saving Mr Banks ti fa sognare con una storia vera.

6)    “Supercalifragilistichespiralidoso” batte “Amo i nostri trenini perché non vanno da nessuna parte” 5 a 0.

In definitiva però la differenza maggiore tra i due film è che La grande bellezza ha rotto il cazzo, Saving Mr Banks no. Perché con un poco di zucchero la pillola va giù, ma per mandare giù La grande bellezza di zucchero ce ne va un quintale.

MA PAPA’ TI MANDA SOLA?

"WHAT"S UP DOC?"

Usa, 1972.

Regia: Peter Bogdanovich. Che non sarà il più famoso di tutti, ma nemmeno l’ultimo degli stronzi.

Cast: Ryan O’Neal, quello di Love Story; Barbara Streisand, che magari non vi piace come cantante ma in sto film vi assicuro che è perfetta; Madeline Kahn, che per chi non sapesse chi è (vergogna) era la fidanzata di Frankensteen in Frankenstein Junior, e qui è al suo primo film. E si è beccata pure la nomination al primo film, mica male eh?

Recensione:

Il titolo originale è “What’s up Doc?”, che Barbara Streisand pronuncia un tot di volte nel film, dall’inizio alla fine, e che è l’intercalare tipico di Bugs Bunny, il che, fidatevi, ha senso. Nel doppiaggio le fanno dire altro. Allora il titolo diventa “Ma papà ti manda sola?”, e dici “ha senso perché comunque nel film lo dicono due volte”. See, in italiano. Nell’originale dicono altro. No, per dire quanto sono malati quelli che traducono i titoli e pure quelli che doppiano i film.

La trama non ve la racconto, che se no c’è l’effetto wikipedia, che uno va, legge per capire di che parla un film e senza manco accorgersene dopo quattro righe si ritrova a leggere il finale e le palle girano che la metà basta.

Vi dico solo questo: Ryan O’Neal è un musicologo imbranato che arriva a San Francisco per vincere un premio per una sua ricerca, accompagnato dalla fidanzata rompicoglioni Madeline Kahn. Viene abbordato in modo assurdo dalla svitata Barbara Streisand, che gli renderà la vita un delirio. In tutto ciò si inserisce una vicenda di borse di tela tutte uguali, con spie e ladri di gioielli.

Sì ma che è, mi chiederete.

Una commedia, cosa volete che sia?

E che commedia, signori miei, che commedia.

Non la conosce un cazzo di nessuno, me ne rendo conto, ma vi assicuro che fa spaccare dal ridere. Ma proprio ridere forte. E ridere con intelligenza, non ridere tipo “Scemo e più scemo”, che magari ogni tanto ridi pure ma ti vergogni perché è un film più scemo del titolo.

“Ma papà ti manda sola” è uno di quei film così fighi che poi vai al cinema, vedi American Hustle e dici “ma porco cazzo, non potevo stare a casa che mi mettevo su il dvd di Ma papà ti manda sola per l’ottava volta e anche se lo conosco a memoria sticazzi, sempre meglio di sta cagata che ho pure pagato per vederla”.

Gira voce tra quelli che ne sanno che in realtà il film sia il rifacimento di Susanna di tal Hawks, un film del ‘38. Ora, magari Susanna è un film fondamentale, ma io non l’ho visto, non ne so nulla, quindi me ne fotto e vi dico: datemi retta, fregatevene di American Hustle e guardatevi “Ma papà ti manda sola”.

Che poi Ryan O’Neal giovane e in forma è molto meglio di Christian Bale ingrassato e col finto riportino.

 

 

CRITICA DI UN FILM MAI VISTO

Qui si fa la storia della recensione cinematografica, anzi, qui si fa il futuro.

Per anni i critici ci hanno ammorbato l’esistenza con recensioni insopportabili, pieni di paroloni assurdi che manco loro ne sanno il significato, e soprattutto apprezzando film che piacevano solo a loro e demolendo qualunque film piacesse vagamente al popolo.

Tutto questo finisce qui, oggi, adesso, su Border Radio, la radio più amata dai non udenti, così come American Hustle è il film preferito dai non vedenti.

Oggi infatti vado a esporre per voi la prima recensione della storia fatta senza aver visto il film e senza fingere di averlo visto.

Questo secondo aspetto è fondamentale, visto che di recensioni fatte da chi non ha visto il film è pieno il mondo, ma nessuno lo rivendica come elemento di pregio. Nessuno tranne noi.

Dunque, procediamo.

Titolo: non me lo ricordo, ma è il film quello con Redford da solo sulla barca a vela.

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Cast: la barca a vela, il mare, Robert Redford. Non so se ce ne sono altri, nel trailer al cinema ho visto solo lui.

Produzione: a occhio Stati Uniti, 2013.

Trama: c’è Robert Redford su una barca a vela, ma la barca vela per un motivo che non so o che comunque non mi ricordo c’ha tipo un buco, per cui imbarca acqua, e lui non riesce a chiedere aiuto, insomma, la barca è in merda e lui è da solo nell’oceano.

Finale: boh, non l’ho visto, ma possiamo fare alcune ipotesi.

Finale realistico: la barca affonda e lui muore.

Finale holliwoodiano: lui si salva con le sue forze e con il grande sogno americano.

Finale probabile: quando sembra finita viene salvato.

Finale alla film intellettuale: era tutto un sogno che simboleggia l’uomo moderno che teme la solitudine e i buchi nelle barche.

Finale che ci piacerebbe: arriva un panfilo con a bordo Bradley Cooper, Giuseppe Tornatore, Bettino Craxi e Eugenio Scalfari. Redford salta a bordo, stacca la testa a Bradley Cooper, getta Tornatore in pasto agli squali e stacca la spina a Scalfari. Con Craxi vanno in Tunisia e se la godono.

Ma veniamo al giudizio sul film non visto: bruttino. Chiaramente il film è stato fatto perché se ne parli, e mica è un caso che nel scegliere un film da recensire tra le centinaia di film che non ho visto mi è venuto in mente questo. Però sta storia di un attore solo in barca a me pare un po’ una stronzata, dai, manco un dialogo, a meno che non parli da solo, insomma, che due palle.

Cioè, dai, se ti dico “guardiamo un film di mare, barche rotte e rischio di morte” tu mi rispondi “ah sì, figata, gran film Lo squalo”, mica ti viene davvero voglia di seguire l’epopea di Redford da solo con le sardine. L’uomo che sussurava alle sardine, solo questo ci mancava. In pratica un film muto come un pesce, che raccomandiamo giusto ai nostri ascoltatori non udenti. Almeno devono aver risparmiato sul doppiaggio.

Voto finale: 5.

Ma comunque non l’ho visto.

 

AMERICAN HUSTLE

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Usa, 2013.

Regia: David O. Russell. Che non è un soprannome tipo Ciro O’ Animale, è che è uno importante e quindi è David O Punto Russell. Autore di pochi film di cui nessuno particolarmente indimenticabile.

Cast: Christian Bale, che però era più fico quand’era magro e si vestiva da pipistrello; Bradley Cooper, che dopo The Words ha fatto l’abbonamento ai filmacci; Amy Adams; Jennifer Lawrence; Robert De Niro, che fa una particina in cui recita – indovinate un po’ – il ruolo del mafioso.

 Recensione:

Non voglio influenzare il vostro giudizio, quindi farò un breve elenco delle cose più utili che potete fare in due ore e diciotto minuti coi soldi del biglietto:

–      comprare e mangiare 3 gelati

–      ordinare una margherita a domicilio

–      bere 7 caffè in 7 bar diversi

–      fare una bella passeggiata risparmiando 7 euro

–      cercare in qualche megastore un dvd in offerta a 6 euro e 99, tanto anche se ne prendete uno a caso difficilmente sarà peggio.

 Ma veniamo al film, candidato a un botto di oscar tra cui miglior regia, miglior film, tutti migliori attori. Coi 7 euro potreste anche fare una telefonata intercontinentale per chiedere che minchia si fumano all’Academy.

 Il film racconta una vicenda confusa di una confusa operazione dell’FBI dietro cui c’è una confusa truffa, tutto raccontato in modo – come dire – vagamente confuso.

Non è una commedia perché fa ridere 2 volte in 2 ore e 20 minuti.

Non è un dramma perché non c’è un cazzo di dramma, niente commozione, niente sentimenti.

Non è un thriller perché non c’è tensione.

E che è?

Una CAGATA. Ecco cos’è. Una cagata bella e buona.

 All’inizio dici “beh, dai, carina sta ambientazione anni 70, i costumi, i colori”.

Dopo mezzora cominci a chiederti “sì vabbè ma che mi stai raccontando?”

Dopo un’ora passi all’Esticazzi. Qualunque cosa accada nel film non ti cambia nulla, tanto non ti sei immedesimato in nessuno, non ti sei affezionato a nessuno, insomma non ti frega nulla di nessuno. Possono trionfare o fallire, vivere o morire: qualunque cosa gli succedesse il tuo commento sarebbe “Esticazzi”.

Dieci minuti di Esticazzi.

Venti minuti di Esticazzi.

Dopo mezzora, che sono 90 minuti di film, chiedi quanto manca alla fine all’amica vicina a te, e ti rendi conto che lei dà palesi segni di insofferenza tipo controllare l’ora ogni minuto, sbuffare, ridere istericamente, commentare ad alta voce, avviare chat multiple su whatsapp per discutere dell’ultima puntata di Masterchef.

In qualche modo arrivi alle due ore di film, e lì escono i primi abbozzi di bestemmie.

A due ore e tre minuti sei già ai bestemmioni che manco un contadino toscano.

Poi, quando manca un minuto, il regista, quello con la O puntata tra nome e cognome, fa entrare pure la voce fuori campo per spiegarti il significato morale del film. Che magari a non saperlo potevi pensare che il film è una figata e che sei tu il problema, che non l’hai capito, non hai gli strumenti. Ma dopo che te l’ha spiegato ti cascano le braccia, prendi l’accendino e ti rendi conto che i 7 euro, invece che comprare una minitanica di benzina, li hai usati per il biglietto del cinema.

All’uscita corri a casa a guardarti “L’amore non va in vacanza”. E di colpo ti sembra un capolavoro incompreso.

THE WORDS

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Usa, 2012.

Regia: Brian Klugman & Lee Sternthal, alla loro prima regia. E speriamo pure ultima.

Cast:; Bradley Cooper, che per non perdere l’abitudine di recitare in film inutili, ha recitato una parte pure importante in American Hustle; Dennis Quaid; Olivia Wilde, che non so chi sia; Zoe Saldana, che manco lei chissà chi cazzo è; Ben Barnes, sempre bel ragazzo; e Jeremy Irons, che poraccio, ogni tanto qualche cagata scappa anche a lui.

Recensione:

The Words è un film di merda.

E potrei finirla qui, guardate. Il peggior film del 2012. Se American Hustle fosse del 2012 e non del 2013 si giocherebbero il primo posto, e probabilmente vincerebbe The Words. Ma American Hustle è del 2013, così Bradley Cooper ha potuto recitare in tutti e due e assicurarsi per la vita il ruolo di attore-di-film-inutili-e-dannosi.

Che poi, se ci pensate bene, Bradley Cooper recita anche in La verità è che non gli piaci abbastanza. Che non è certo sto gran capolavoro, ma si lascia vedere, e perlomeno insegna la fondamentale verità che se il lui o la lei con cui vorresti uscire non dimostra un chiaro interesse la verità, appunto, è che non gli piaci abbastanza, quindi mettiti il cuore in pace. Ma dicevamo di Bradley Cooper. Ecco, in quel film lui è l’unico con un personaggio proprio brutto: inetto, debole e che infatti alla fine se la piglia in culo e rimane solo. Tiè Bradley, così impari a girare film del cazzo, ti sta bene. Tra l’altro possiamo dirlo? Come attore Bradley Cooper non è mica granché.

Ma torniamo a The Words.

Si diceva che è un film di merda.

Meglio ribadirlo, nel caso fosse sfuggito il concetto.

Sulla carta vuole essere un film drammatico.

E vorrebbe essere il film che racconta di uno scrittore che racconta il suo ultimo libro nel quale c’è uno scrittore che ha successo grazie al manoscritto autobiografico scritto da uno sconosciuto 50 anni prima e che lui trova e ricopia di nascosto. Insomma, Ben Barnes a 20 anni diventa Jeremy Irons a 70 e Bradley Cooper gli fotte la storia e ci fa i soldi, e questo è quello che c’è nel libro di Dennis Quaid, che però non è un uomo reale ma solo il personaggio di un film. Di merda.

Breve elenco dei difetti del film:

  1. è troppo lungo: dura 97 minuti, di cui 93 di troppo
  2. è noioso: ti annoi per 93 minuti, e dico solo 93 perché negli ultimi 4 ci sono i titoli di coda, si accendono le luci in sala e puoi fare a gara a chi tira l’insulto più forte in sala, peraltro ricevendo gli applausi dell’intera platea sconvolta dalla cagata appena vista
  3. non ti coinvolge
  4. non ti commuove
  5. non ti emoziona
  6. non dice nulla
  7. non se ne sentiva la mancanza
  8. c’è bradley cooper.

Breve elenco dei pregi del film:

  1. finisce

Se anche voi avete visto al cinema The Words scrivete a thewordsfilmdimerda@cinecarbone.it e partecipate alla class action per avere indietro i soldi del biglietto.

 

 


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