IN TRANCE di Danny Boyle

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In Trance, in uscita il 29 agosto, è l’ultima fatica di Danny Boyle regista inglese che nel corso della sua carriera ha attraversato diversi generi, giocando e mettendosi in discussione. A volte raccogliendo grandi successi The Millionaire, e altre volte critiche e fiaschi al botteghino (The Beach, Una vita esagerata). Sta di fatto che il suo è uno stile riconoscibile che per molti è diventato di culto.

Con In Trance, Boyle, ritorna ad utilizzare quel linguaggio frenetico e frammentato (seppur edulcorato) che tanto l’ha reso famoso ai tempi di Trainspotting.

E non ha caso le vicende del film si svolgono in una Londra quasi irriconoscibile e impercettibile, una Londra sotterranea, metropolitana. Non disperata, più che altro tamarra, che collega l’elevazione sociale con il possesso di denaro e nelle frequentazione degli ambienti nei quali esso circola.

Ed è in quest’atmosfera che Simon, un assistente di una casa d’aste interpretato da James McAvoy complice di una banda criminale tenta il furto di un quadro di inestimabile valore. Durante la rapina Simon subisce un trauma alla testa che gli procura un’amnesia che non gli permette di ritrovare il quadro rubato. Con il capo banda che lo pressa (un Vincent Cassel sempre all’altezza) e con l’aiuto di una specialista in ipnosi (Rosario Dawson) Simon cercherà di recuperare la memoria.

Siamo nel mondo dell’arte e inevitabile è il confronto con la pellicola di Tornatore La migliore offerta. L’autore siciliano ci accompagna nel mondo forbito, puntale, se vogliamo statico dell’arte moderna e spiazza lo spettatore con un solo ed unico colpo di scena finale. Danny Boyle, invece, ci mostra il mondo dell’arte contemporanea: minimalista e diretto e trascina lo spettatore in un continuo susseguirsi di colpi di scena, tutti sono il contrario dell’idea che c’eravamo fatti e viceversa. Tutti si tradiscono, tutti vogliono tradire e pensano ai soldi, chi è il buono e chi il cattivo?

Il ritmo è incalzante, psichedelico, ipnotico dato anche dall’utilizzo di una straordinaria colonna sonora, affidata al collaboratore di sempre Rick Smith degli Underworld, musica elettronica dal sapore anni novanta e qualche chicca da non perdere: Emeli Sandè, Kirstie McGee, Unkle.

Il continuo gioco di rimandi e qualche caduta di stile a livello di scrittura (sceneggiatura di John Hodge) stressano lo spettatore e compromettono l’intera credibilità della storia proprio sul finire. Bastava qualche sforzo in più e ci saremmo cascati tutti. 

http://www.youtube.com/watch?v=L4_bdS3_gr0

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