Educazione siberiana

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In quest’ultimo periodo si fa tanto parlare di educazione e criminalità, il film di Salvatores ispirato dal romanzo di Nicolai Lilin, Educazione siberiana, è arrivato a noi dopo una chirurgica e prepotente campagna promozionale.

Solitamente siamo tenuti a credere che dietro una forte campagna pubblicitaria possa nascondersi la così detta “sola”.

Con questo non voglio dire che l’ultima opera di Salvatores sia deludente, ma al suo interno manca quel fuoco da renderlo vivo e accattivante.

La trama è ben nota: Kolima cresce tra la fine degli anni ottanta e gli anni novanta nella comunità criminale siberiana degli urca in –Transnistria- nell’attuale Moldavia. Seguendo gli insegnamenti di nonno Kuzja, Kolima cerca di diventare un onesto criminale mentre il suo miglior amico Gagarin sceglie una strada che lo allontana dalla comunità.

Educazione siberiana è un’opera elegante e compatta a livello formale; alcuni ambienti e atmosfere create dal regista napoletano ci regalano momenti di grande cinema (italiano).Purtroppo però, la struttura narrativa è debole e poco incisiva, non adatta a raccontare la complessità di sfumature presenti nella storia.

Il codice del criminale onesto impartito dal nonno Kuzja (azzeccatissimo e assoluto John Malcovich) che occupa tutta la prima, e più interessante, parte del film si dissolve nell’aria e rimane solo un’enunciazione di comandamenti fini a se stessi, il profondo rapporto di amicizia fra i due ragazzi, la loro formazione e il passaggio all’età adulta resta, ahimè, solo un passaggio. Un vero peccato visto che di questi temi il cinema di Salvatores ne è pieno e ci ha dato dimostrazione di sapere bene come trattarli nel superlativo Io non ho paura e in Come Dio comanda tratti dai romanzi di Niccolò Ammaniti).

E, ancora di più, il film si perde nel raccontare la difficile dissoluzione del regime sovietico e il dirompente arrivo dell’occidente con i suoi usi e costumi.

La stessa violenza, poi, così marcata e centrale nel romanzo, non è nel film poi così sconcertante.

Tante potenzialità, tante sotto trame non sviluppate e lasciate in sospeso da non permettere al film mostrare la sua vera anima.

La vera “sola” e, mi dispiace dirlo, è proprio il romanzo di Lilin, smascherato dai molti che, dopo il grande successo, hanno iniziato ad indagare e studiare il fenomeno “educazione siberiana” e hanno scoperto che tutto la storia si regge su luoghi comuni privi di effettiva credibilità.

Finzione e non autobiografia, quindi, sfruttare l’onda di sensazionalismo suscitata da queste incredibili e crude avventure, forse per lasciare le desolate lande del cuneese per lidi più felici? Per la notorietà, per i soldi facili? Chissà.

Lilin, non è figlio della steppa sovietica mi è il figlio di questo nostro tempo nel quale il più scaltro la vince.

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