The company you keep – La regola del silenzio

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Gli anni 70, gli anni in cui pare sia successo tutto. Basta guardare la cinematografia di qualsiasi paese, quel decennio è protagonista assoluto di pellicole da una parte riuscite e, dall’altra, meno riuscite.

In Italia abbiamo avuto gli anni di piombo del terrorismo e delle contestazioni giovanili ben rappresentate dall’epopea de La meglio gioventù; gli Stati Uniti hanno avuto la guerra del Vietnam: regina di tutti i mali e di tutte le ferite ancora aperte dell’America.

E chi, meglio di Robert Redford, poteva realizzare una pellicola che ci riporta indietro nel tempo, ma solo con i ricordi?

Ben Shepherd (Shia LaBeouf) è un giovane redattore di un giornale di provincia che si trova fra le mani lo scoop della vita: sotto le mentite spoglie di un avvocato della middle class americana, Jim Grant, si nasconde il temibile latitante e attivista del movimento radicale degli anni 70, Weather Underground.

L’FBI e il giovane giornalista si mettono sulle sue tracce, mentre Jim inizia la sua personale ricerca per trovare la verità.

Nonostante le premesse, Redford, confeziona un thriller (tratto dall’omonimo romanzo di Neil Gordon) decisamente convenzionale e confuso. Una spy story che innesca una frenetica caccia all’uomo che si perde fra i meandri di poco incisive riflessioni interiori che non coinvolgono lo spettatore.

Anche i caratteri dei personaggi sono convenzionali e superati: il giovane giornalista arguto e un po’ sfigato che alla fine la vince e il vecchio eroe rivoluzionario che il tempo ha levigato; diventato ormai consapevole che la storia dell’uomo è solo un cane che si morde la coda.

Robert Redford è bolso e invecchiato (sfiorano il ridicolo le scene in cui tenta un minimo di azione) e lo dimostra anche il suo film che, anche se si lascia guardare, sciorina grandi star (Susan Sarandon, Nick Nolte, Julie Christie, Sam Elliott) e grandi ragionamenti, ma non si capisce dove voglia andare a parare.

Un’occasione sprecata per un grande del cinema che dovrebbe rassegnarsi all’idea che il tempo passa e cedere il passo al suo più degno erede: il fresco, Geroge Clooney.

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