La Parte degli Angeli

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Robbie è un ragazzo problematico, ha passato la sua vita entrando ed uscendo, prima dai riformatori e dopo, dal carcere. Non è facile crescere nei sobborghi di Glasgow e l’imperativo è sopravvivere a qualsiasi costo. Per la sua ultima bravata Robbie, che sta per diventare padre, deve scontare la pena svolgendo lavori socialmente utili. Lì troverà una strampalata banda di disadattati con cui deciderà di dare una svolta alla sua vita.

Ken Loach, con La parte degli angeli, abbandona il film di denuncia civile, il film politico, per realizzare una godibile commedia sociale e umana, una favola contemporanea. Loach non tradisce sé stesso è ancora una volta dalla parte dei più deboli, di quelli che devono lottare per affermare il più semplice dei diritti: la possibilità di cercare condizioni migliori per se e per la propria famiglia, la possibilità di riscattarsi e cambiare un destino che sembra già segnato.

Buoni sentimenti e speranza sono i protagonisti di questa pellicola, modellati in maniera non banale, ma intelligente e divertente, valori sui quali fare ancora affidamento. Una regia asciutta e senza fronzoli e una scrittura potente, in collaborazione con Paul Laverty: insomma, il Loach che tanto ci piace e ci appassiona.

Certo è che, dopo la visione di questo film, viene proprio voglia di regalarsi una bottiglia di ottimo scotch.

Presentato all’ultimo Festival di Cannes, dove si è aggiudicato il premio della Giuria, il film doveva anche aprire la 30° edizione del Torino Film Festival, ma Loach, in polemica con lo sfruttamento dei lavoratori precari del festival e del Museo Nazionale del Cinema, ha deciso di rifiutare il premio alla carriera a lui dedicato, scatenando numerose polemiche e un infinito botta e risposta a suon di comunicati stampa con la conseguente cancellazione della proiezione del film. Un peccato, ma quando si dice essere coerenti con sé stessi e le proprie idee. 

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