Pieta

Kim Ki-duk trionfa all’ultima Mostra del cinema di Venezia con un’opera sicuramente non facile e non alla portata di tutti. Diciottesimo film del regista coreano, così recita l’epigrafe che introduce il film Pieta (senza accento, ma come d’abitudine i distributori italiani hanno modificato il titolo e l’hanno aggiunta) una tragedia moderna dai chiari riferimenti a quei tragici greci su cui si fonda tutta la nostra letteratura e il senso stesso di storia e di raccontare una storia.

Tragedia moderna perché ci troviamo nei sobborghi fumosi, maleodoranti e miserabili di una metropoli asiatica, qui lavora Kang -Do (Lee Jung -jin) esattore di uno strozzino che vaga per la città, azzoppando e tagliando mani per riscuotere le assicurazioni di invalidità di poveri artigiani ai quali il suo capo ha prestato soldi. Imperturbabile Kang -Do esegue il suo lavoro risultando ancora più terribile e temibile del capo stesso. Le sue vittime chiedono pietà, ma questa invocazione non viene mai ascoltata.

Tutto il suo universo e le sue certezze si frantumano nel momento in cui si scontra con la madre che l’aveva abbandonato e che non ha mai conosciuto. Lui reagisce violentemente, ma lei non si scoraggia, non parla, lo guarda e lo segue. Pian piano l’identità della donna vacilla, ma è solo lo spettatore ad accorgersene. Ormai il carattere di Kang-Do si è modificato è più morbido, adesso sa cosa vuol dire aver paura di perdere qualcuno, impazzisce, questa volta è lui ad invocare perdono, fino all’epilogo, tragico.

Vendetta, redenzione e perdono costruiti con sobrietà e con estremo rigore formale: la crudeltà e la violenza restano fuori campo, evocate e per questo ancora più potenti. Un film intriso di misticismo (reso anche dalle movenze e dagli sguardi della formidabile Cho Min-soo che solo con la sua presenza riempie lo schermo e ipnotizza e non ha bisogno di altri artifici e dalla locandina che ricorda la Pietà di Michelangelo) toccante ed epico. Kim Ki-duk che nel 2011 aveva realizzato un documentario Arirang con protagonista se stesso , abbarbicato su una montagna, in una baracca fatiscente, solo. Il regista riflette su se stesso e sul suo mestiere (dopo che un incedente sul un set aveva quasi fatto perdere la vita ad una delle sue attrici) vale la pena continuare a fare film? Credo proprio di sì, se questi sono i risultati.

 

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