HENRY

Prima di iniziare vorrei farvi leggere quello che ha scritto Alessia Paris su Cinema Del Silenzio, in merito al film “Henry” di Alessandro Piva:

Autoprodurre film non è mai impresa facile, però questo dovrebbe permettere di distaccarsi da personaggi clichè e dialoghi kitsch. Fino a quando il cinema italiano post moderno non realizzerà che Roma non è la New York di Taxi Driver difficilmente questo genere farà passi avanti. 

Ecco, detto questo, potrei chiudere qui l’articolo, anche perchè sono molto solidale con le parole della Paris.

Potremmo quasi azzardare dicendo che il passaggio dalle ambientazione pugliesi di “La capa gira” e “Mio cognato” (considerate una ventata di aria fresca nel panorama del cinema italiano al momento della loro uscita) a quelle metropolitane di una Roma che si voleva dipingere cupa, livida e criminale, non gli hanno affatto portato bene.

Stonano persino le interpretazioni di attori che di solito consideriamo bravi e capaci, penso a Michele Riondino, Claudio Gioè, Max Mazzotta, Dino Abbrescia qui sembrano, anzi sono, delle macchiette poco convincenti.

Tutta l’architettura del film, purtroppo, risulta essere traballante e non autentica.

Da ammirare gli intenti, ma il risultato lascia un po’ a desiderare. Provaci ancora Piva.

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