War Horse

Scrivo quest’articolo all’indomani della cerimonia di premiazione degli Academy Award, un’evento così nazional poplare da essere paragonato al nostrano festival di Sanremo.

Il film di cui parleremo di seguito, War Horse, era candidato per diverse categorie, ma purtroppo, o per fortuna, se n’è tornato a casa a mani vuote. In effetti credo che, nonostante tutto, il suo autore e regista non ci sarà rimasto così male visto che Steven Spielberg non ha di certo bisogno di guadagnare l’ennesimo Oscar per dimostrare il suo valore.

Bisogna dire, però, che per War Horse non mi sono di certo strappata i capelli. Un film per forza di cose ben confezionato: fotografia di Kaminski  e colonna sonora di John Williams.

Un film tributo, un omaggio al cinema classico: da John Ford a David Lean, al  più riconoscibile Via col Vento ( vedi quell’inconfondibile tramonto infuocato sul finale!).

Un anno decisamente nostalgico per i grandi autori contemporanei, visto anche il successo di Hugo Cabret di Martin Scorsese che, con il suo voler celebrare il cinema delle origini  di George Mélies, ha fatto incetta di Oscar (tra i quali miglior scenografia dei nostri Dante Ferretti- Francesca Lo Schiavo).

Un film epico, decisamente nazional – popoplare, in alcuni frangenti  magico. Soprattutto perché mette in primo piano la figura di questo cavallo, Joey, che ne passa di ogni prima di ritornare nelle mani del suo legittimo proprietario.

Cavalli, figure che  hanno sempre svolto un ruolo fondamentale nella storia del cinema.

Sicuramente non verrà ricordato come il miglior film di Steven Spielberg, ma questi sono esercizi di stile, giochi, che solo i grandi autori possono permettersi.

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