La chiave di Sara

In concomitanta con la giornata della Memoria è uscito nelle sale “La chiave di Sarah”, tratto dall’omonimo best seller francese  scritto da Tatiana De Rosney.

La narrazione si svolge su due livelli che si intrecciano l’uno con l’altro e svelano, pian piano, il profondo legame che li unisce.

Il primo è nel presente, nella Parigi dei giorni nostri e la giornalista Julia Jarmond sta lavorando a un articolo sulla reclusione di migliaia di ebrei nel Velodromo d’Inverno, avvenuta nel luglio del 1943. Ebrei che successivamente vennero deportati nei campi di concentramento tedeschi. Il secondo, narra la storia della piccola Sarah che nel luglio del 1943 si trovava nel Velodromo d’Inverno, insieme alla sua famiglia.

Nella chiave di Sarah di non c’è quella struggente poesia che solo Spielberg in Schindler’s List poteva regalarci e non c’è la volontà di edulcorare “la pillola” come ha provato a fare Benigni nella Vita é Bella Qui, più che sulla vicenda in se, ci si vuole soffermare sugli strascichi che può generare il dolore e la crudeltà più assoluta, non solo nelle generazioni che hanno vissuto quell’incubo, ma soprattutto in quelle a venire. Perchè mai una cosa del genere possa accadere di nuovo. Sono certa che l’immagine della piccola Sarah davanti alla porta dell’armadio, nel quale aveva rinchiuso il fratellino per proteggerlo dall’irruzione della polizia, rimarrà impressa nella mia mente come quella della bambina dal cappotto rosso.

Mai dimenticare.

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