Miracolo a Le Havre

di Aki Kaurismaki.

Le Havre. Francia. Marcel Marx è uno scrittore bohemien che dopo aver vissuto a Parigi si rifugia nella piccola città portuale della Normandia per fare il lustrascarpe, dopo aver scoperto la malattia della moglie  incontra per caso Idrissa un giovane ragazzo africano, arrivato in Francia su un container, riuscito a scappare dalle grinfie  della polizia. Il ragazzo deve raggiungere i parenti a Londra e, a questo punto, la variopinta e surreale comunità che gravita intorno a Marcel Marx cercherà in tutti i modi di aiutare il ragazzo. Perfino un poliziotto dal cuore d’oro chiude un occhio e lascia andare il ragazzo.

Drammi personali e drammi contemporanei si intrecciano in questa favola delicata e fuori dal tempo. Se questa storia, sull’emigrazione fosse stata raccontata da qualcun altro di sicuro avrebbe perso tutta quella magia che solo il tocco del regista finlandese (Inquadrature fisse statiche, illuminazione irrealista, vintage i suoi personaggi umanissimi)   riesce a conferire alle sue opere. Sarebbe diventata una storia banale e scontata.

Kaurismaki è riuscito a fare un film massimalista travestito da racconto minimalista, così hanno scritto, e noi siamo daccordo. Il vero miracolo, in fondo, è quello di un film dove non c’è una sola inquadratura di troppo, una battuta superflua, un dettaglio fuori posto. Un grande Aki Kaurismaki. Premio Gran Torino al 29 TFF.

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